May 18, 2012
Macao, cacao meravigliao

Galfa Beta Gamma Delta…Sillabario: c’è un filo elementare che unisce la nascita del Galfa (1956), alla sua morte, la data dello sgombero da parte della polizia degli occupanti che hanno dato vita (5 maggio) al tentativo di destinare gli spazi ad attività creative. Questo filo si chiama utopia. Quando non saremo più in grado di generare utopie saremo morti, la civiltà sarà morta. Ironia della storia: lo skyline della città nel giro di un solo anno si è trasformato radicalmente, adeguandosi al modello delle metropoli di tutto il mondo, il restyling efficientista finanziario viaggia in altezza 1, 2, 3 …7, 8 ecc. L’utopia del Galfa, quando fu costruito, non era efficientismo finanziario, ma solo un’idea costruttiva, col faro dell’architettura razionalista; era una  forma prima di, o per lo meno contemporaneamente a, una funzione (uffici per una urgenza di rinascita postbellica), era arte architettonica. Se l’utopia del Bauhaus è stata soffocata da Hitler e quella del Galfa dal nuovo potere bancario, quella che ha occupato per dieci giorni il grattacielo milanese è il segnale di una resistenza nascente. La rapidità con la quale si è voluto cancellarla con un manipolo di poliziotti la dice lunga sulla distribuzione e il peso dei poteri: è un fatto che in virtù dell’intoccabile principio della proprietà privata un sindaco, eletto anche dai voti di quel coloratissimo popolo che è stato cacciato, il capo di una comunità che ha tutti i diritti di pretendere un risarcimento dall’insolvenza di un proprietario privato, non ha il potere di dichiarare inefficace l’azione poliziesca. Ma lo sgombero che questo ha ottenuto in dieci miserabili giorni, non riuscirà a soffocare la spinta di ribellione che è arrivata a spezzare i lucchetti arrugginiti (in quindici anni di deserto!), per riempire di vita uno spazio abbandonato e tentare un esperimento creativo. Non raggiungerà il suo scopo finché rimarrà accesa la Fackel dell’utopia. Cosa facesse quella fiaccola dentro i venti e più piani del primo grattacielo di Milano (e dell’Italia) non mi interessa valutare; so solo che il semplice fatto di aver sognato di resistere al suo interno per costruire qualcosa di “artistico” è di per sé incoraggiante.

Ed ora passo alle ragioni del mio malumore: alla manifestazione tenuta alla base del grattacielo mi intristiva l’assenza completa di qualsiasi operatore dell’arte visiva affermato: il così detto ‘mondo dell’arte’ latitava palesemente. Il mio scontento aveva come sfondo il ricordo del lavoro più che decennale svolto da Luciano Fabro con la sua Casa degli Artisti. Una volta allontanandomi dal centro della “ribellione”, appena a cento metri di distanza dalla base del grattacielo, osservavo la gente popolare la città con la solita vitalità di un martedì qualsiasi, come se niente fosse successo. La massa degli ex occupanti (qualche centinaio di persone, soprattutto giovani e belli), in rapporto ai milioni di uomini che continuavano ignari o indifferenti l’attività di tutti i giorni, si è subito ridimensionata. Il mondo è sordo in quest’inizio di millennio, forse anche malato, e so bene che non è sul piano numerico che si vince la partita, ma non potevo evitare che mi comparisse davanti l’immagine dei graffiti rossi che sloganavano (sic) l’occupazione proprio sul portone d’ingresso del grattacielo. Sia l’assenza del ‘mondo’ che la presenza dei graffiti rappresentano piccoli particolari all’apparenza insignificanti, ma è proprio su questi che si formano o eventualmente si affossano le speranze di un cambiamento. E fa parte certamente del modo d’operare di ciascuno di noi un certo scetticismo congenito, perché l’arte nasce dalla solitudine e spesso vive a lungo nella solitudine (si può creare letteratura collettivamente? si chiedevano i letterati in una lezione-seduta alla base del Galfa). Qualsiasi sarà la soluzione, altri spazi a disposizione, aperture di credito, aiuti concreti, disponibilità di mezzi ecc, la capacità di Macao di sopravvivere non è legata alla politica che vorrà adottare il Comune nei suoi confronti, ma alla qualità dei prodotti artistici che il “movimento” saprà offrire alla città. Su questo punto si gioca la partita.

Non vorrei fare la figura del ‘maestro stanco’, ma come ho già detto in un post precedente, il pessimismo politico fa parte della mia natura, non posso evitarlo. Butto lì le mie convinzioni con il desiderio sincero che il futuro possa smentirmi. Credo che nella partita Macao potrà avere qualche chance di vittoria solo se si riuscirà a sconfiggere l’indifferenza, a scuotere la stanchezza, la noia della gente, quella là fuori. Il colore, il teatro di strada, le assemblee aperte fanno parte della coreografia della scena, la pièce dovrà scegliere una lingua per essere rappresentata, la loro lingua, con la convinzione che in loro, in noi, il modello piccolo borghese in versione accademica è posticcio e basta un niente a scrostarlo. Ma senza una disciplina non si possono praticare buchi nell’ombrello sotto il quale ci è impossibile vedere le stelle (D.H. Lawrence). Cultura è disciplina, è modestia. Produrre arte al di fuori dei salotti borghesi, al di fuori di “quei contenitori destinati a esibire la vacuità che l’arte tenta disperatamente di occultare”(C. Olivieri), è essenziale, ma nel rispetto di chi ci ha portato fin qui e quindi anche dell’utopia che a suo tempo diede vita al Galfa. Allora anche la sua occupazione di soli dieci miserabili giorni potrà essere una miccia.

FDL